Porta Sant'Angelo Territorio e storia

Magnifico Rione di Porta Sant’Angelo


Il rione della spada e del fuoco si estende dalle mura ai boschi e alle selve, riserve di legna e carbone per tutta la città.

Lo stemma è una spada grigio acciaio con l’elsa d’oro in mezzo alle ali bianche dell’Arcangelo Michele in campo rosso. Se la figura è dovuta alla presenza nel rione della chiesa di San Michele Arcangelo, il Tempio per i Perugini, forse la chiesa più antica di Perugia, il campo rosso richiama il fuoco.

LA STORIA

La storia di Perugia e dei suoi rioni si perde nella notte dei tempi. Da tempo immemorabile, forse dall’Alto Medio Evo, o addirittura dall’antichità classica, il territorio perugino, che allora andava oltre gli attuali confini comunali, è diviso in cinque rioni che prendono il nome dalle cinque porte della città.

Ad ogni rione era associato un animale: l’aquila Porta Sole, il leone Porta San Pietro, il cervo Porta Eburnea, l’orso Porta Santa Susanna e il cavallo Porta Sant’Angelo.

Il ricorso ad animali archetipici conferma l’antichità della tradizione: così come gli sfondi sono di cinque colori fondamentali, in perfetta conformità con le regole universali dell’araldica. Il Rione di porta S. Angelo ha il colore rosso.

Con l’ avvento della Chiesa ed in epoca imprecisata e per chiaro influsso del Cristianesimo, i vecchi simboli furono sostituiti da altri , rimasti in vigore fino ai nostri giorni.

Infatti per porta Sole il Sole, per Porta Susanna le Catene, per Porta Eburnea l’ elefante e la torre , per Porta S. Pietro le chiavi di S. Pietro ed infine per porta S. Angelo le ali e la spada fiammeggiante dell’ Arcangelo S. Michele.

I rioni erano divisioni politiche e amministrative della Repubblica Perugina e comprendevano la città vecchia all’interno delle mura etrusche, quella nuova cinta dalle mura medievali, ma si spingevano anche nel contado fino ai confini dello Stato Perugino.
I vecchi confini sono tuttora visibili per la presenza degli stemmi in vari punti del centro storico che dimostrano come le divisioni tra i rioni erano molto importanti e sentite dai perugini.

Nei secoli con alterne vicende in ogni rione si alternarono il governo della Repubblica e l’egemonia di una famiglia nobile: i Baglioni in Porta Eburnea; i della Penna in Porta San Pietro; i Ranieri in Porta Sant’Angelo; gli Ermanni della Staffa in Porta Sole: i degli Oddi in Porta Santa Susanna.

In Porta S. Angelo ha vissuto anche Andrea Fortebracci detto Braccio Fortebracci unico signore di Perugia e nel 1416 ,vittorioso, dopo la battaglia di S. Egidio entrò in Perugia proprio dalla Torre di Porta S. Angelo.

Il borgo si è sviluppato nel corso del XIII secolo tra l’Arco Etrusco e il convento di Monteripido, fino a essere inglobato nella città dalla cinta muraria nei primi decenni del XIV secolo. Nonostante le trasformazioni moderne, ha mantenuto le sue originarie caratteristiche di area abitativa civile e insediativo-religiosa.

Subito fuori dalle mura di Porta Sant’Angelo cominciavano le grandi selve, che fornivano di legna da ardere e carbone l’intera città: prova ne sia che fino ad un tempo relativamente recente, nel borgo c’erano varie botteghe di legnaioli e carbonai.

Notizie rapide sul rione

Confina in Via Bartolo con il Rione di Porta Sole, in Piazza Cavallotti e alla Maestà delle Volte con il Rione di Porta Santa Susanna. Si estende su una zona molto grande della città antica verso Nord-Ovest e comprende il Verzaro, la Conca e il Borgo Sant’Angelo vero e proprio; è caratterizzato da una situazione urbanistica particolare: in alcune parti le mura dialogano direttamente con la campagna senza che in mezzo ci siano le case delle moderne periferie.

Dal punto di vista urbanistico è una delle zone meglio conservate della città. Fra i segni forti principali si segnalano l’Arco Etrusco, la Torre del Cassero, la Chiesa di Sant’Agostino, la ricordata Chiesa di San Michele Arcangelo, Palazzo Gallenga, in Piazza Fortebracci, ora sede dell’Università Italiana per Stranieri e il Convento e la Chiesa degli Olivetani, ora rettorato dell’Università degli Studi.


Commissione storico artistica Magnifico Rione di Porta Sant’Angelo

Vita di Andrea, detto Braccio, Fortebracci da Montone

“Braccio/ … che per tutto ancora/
con maraviglia e con terror si noma!”

Alessandro Manzoni, Il Conte di Carmagnola

Nasce a Perugia o a Montone il 1 luglio 1368 da antica e illustre famiglia montonese, ma ascritta da oltre un secolo e mezzo alla nobiltà perugina. Il padre è Oddo; la madre Giacoma Montemelini, appartenente all’alta aristocrazia della città. Suoi fratelli e sorelle sono Carlo, Monalduccia, Giovanna, Stella e Giovanni.

Pur conservando residenza e proprietà a Montone, a Perugia i Fortebracci possiedono un palazzo nel Rione di Porta Sant’Angelo, in Parrocchia di San Donato nell’attuale Via Ulisse Rocchi. All’epoca la città è divisa in due fazioni: i Beccherini, simbolo un falco, che riuniscono la più antica nobiltà e parte degli strati più modesti del popolo; i Raspanti, simbolo un gatto, che comprendono dalle alte sfere della borghesia mercantesca e bancaria ai ceti medi.

A quei tempi la storia di Perugia è condizionata dalle continue e sanguinose lotte fra i due partiti. Chi vince, esilia l’altro e gli confisca tutti i beni. In uno di questi scontri, vinto dai Raspanti, Braccio e i suoi sono espulsi da Perugia e perdono anche il castello di Montone. Braccio entra in un’importante struttura militare, guidata dal condottiero di ventura Alberico da Barbiano, la Compagnia di San Giorgio, dove milita anche Muzio Attendolo Sforza: prima amico, poi rivale.

Nel 1390 rientra a Montone, dove uccide tre membri della famiglia antagonista, gli Olivi: ancora una volta è costretto alla fuga. Ormai esperto nel mestiere delle armi, forma la sua prima compagnia di quindici cavalieri e si mette al soldo dei Montefeltro, Signori di Urbino, contro i Malatesta, Signori di Rimini. Ferito gravemente durante l’assalto alla rocca di Fossombrone, è quasi in pericolo di morte: la conseguenza sarà un’andatura leggermente claudicante a vita. Fatto prigioniero dai Raspanti, è liberato dal loro capo, Biordo Michelotti, al momento Signore di Perugia, che cerca un accordo con i Fortebracci.

Braccio però continua ad opporsi al governo perugino e tenta addirittura di aizzare i Montonesi contro la città dominante, così che Biordo affida il castello di Montone ai fratelli del condottiero, Carlo e Giovanni, escludendo lui stesso. Nel 1395 rientra fra le truppe di Alberico da Barbiano, combattendo contro il Regno di Napoli. Nel 1397, con la propria compagnia formata da trenta cavalieri, passa al soldo della Repubblica di Firenze. Nel 1398 tenta di rientrare a Perugia, schierandosi a fianco della Chiesa, ma inutilmente.

La città, per sfuggire al governo pontificio, accetta la signoria del Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti. Alla morte di Gian Galeazzo, Braccio ritorna al soldo del papa contro Perugia. Nel 1403 però Papa Bonifacio IX s’accorda con la Duchessa di Milano, vedova di Gian Galeazzo: Bologna, Assisi e Perugia tornano alla Chiesa.

Nel 1404 Braccio combatte di nuovo a fianco di Alberico da Barbiano contro il papa e Faenza, ma i suoi successi gli attirano l’invidia dello stesso Alberico e di altri della compagnia: per non essere assassinato deve fuggire. Nel 1406 assale di nuovo Perugia, sempre con una propria compagnia e l’aiuto dei fuorusciti, ma senza successo. Poi conquista Fano e muove contro Fermo, il cui signore cerca di impadronirsi di Rocca Contrada, oggi Arcevia. Alla vittoria segue la sottomissione di Rocca Contrada a Braccio, che ne diviene signore.

Nel 1408 Perugia, sempre più spaventata dai successi del condottiero, il cui scopo dichiarato è la conquista della città, si sottomette a Ladislao, Re di Napoli, a patto che il sovrano le garantisca l’incolumità dalle truppe braccesche. L’accordo di Ladislao con Perugia, che nega il reingresso in città dei fuorusciti, porta alla completa rottura fra il sovrano napoletano e Braccio, che, in segno di disobbedienza, s’impadronisce di Jesi. Nel 1409, al soldo di Firenze, dopo aver conquistato Arezzo e Città di Castello, punta su Roma, assediando Castel Sant’Angelo, da sempre simbolo del potere sulla città, per poi restituirlo al papa.

Quando la Città Eterna subisce l’invasione di Ladislao, Braccio insegue le truppe napoletane e le sconfigge a Sora. Nello stesso anno attacca Perugia da Porta San Pietro, ma la città gli resiste; riesce però a fare molti prigionieri fra le milizie perugine e a impossessarsi di un gran numero di cavalli. Al momento la compagnia ai suoi ordini è una potente e organizzata compagine di milleduecento cavalieri e mille fanti. Nel 1413 la potenza di Braccio fa un decisivo balzo in avanti: l’antipapa Giovanni XXIII lo nomina Conte di Montone, titolo confermato dai papi successivi, che trasmetterà a figlio e discendenti, nonché governatore di Bologna; non solo, ma Ravenna, Forlì, Rimini e Cesena sono costrette a pagargli consistenti tributi.

Nel 1414 a Todi sconfigge in battaglia l’antico compagno d’arme Muzio Attendolo Sforza, che al momento è al soldo del Re di Napoli. Alla morte del sovrano napoletano Braccio rende a Bologna l’autonomia in cambio di un ingente compenso in denaro. Forte delle sue disponibilità economiche, arma un grande esercito e muove verso Perugia, determinato alla conquista. I Perugini non hanno scampo e sono costretti ad affidare la difesa a un altro condottiero, Carlo Malatesta, promettendogli, in caso di vittoria, la signoria sulla città. Il 12 luglio 1416, vinto il Malatesta nella battaglia di Sant’Egidio, Braccio si avvicina a Perugia da dominatore e pochi giorni dopo i supremi magistrati gli offrono solennemente il dominio sulla città.

Braccio realizza il suo sogno e Perugia ha finalmente un signore di famiglia perugina. L’esempio di Perugia è seguito da Terni, Narni, Orvieto e altri centri minori. Comincia a prendere corpo il vero sogno di Braccio: un regno in Italia Centrale. Il primo passo è chiedere a Papa Martino V l’investitura ufficiale a vicario pontificio dell’Umbria. Il papa, sottovalutando la potenza di Braccio, gli nega il titolo, lo scomunica e gli manda contro Guidantonio da Montefeltro e Muzio Attendolo Sforza, che presso Spoleto vengono pesantemente sconfitti: Braccio consolida così il suo potere. Nel tentativo di estenderlo fino al Mare Adriatico muove contro Gubbio che gli resiste, ma il vero ostacolo insormontabile è Cantiano, che il condottiero perugino assedia a lungo, quanto inutilmente.

Tramontate le mire espansionistiche verso Nord-Est, comincia a guardare con attenzione al Regno di Napoli ed entra in contatto con la Regina Giovanna II e Alfonso d’Aragona. Le vittorie degli Aragonesi sugli Angioini fruttano a Braccio i prestigiosi titoli di Principe di Capua e Conte di Foggia.

Nel 1423 assedia l’Aquila, ma gli aspri dissidi fra Giovanna II e Alfonso d’Aragona portano alla rottura definitiva. Alfonso riparte per la Spagna e Giovanna II si allea con Papa Martino V, lasciando Braccio isolato. La Regina di Napoli, il papa e il Duca di Milano, Filippo Maria Visconti formano una lega contro Braccio, Firenze e Perugia, affidando il comando dell’esercito a Francesco Sforza e Jacopo Caldora, perché battano Braccio, impegnato nell’assedio dell’Aquila. Nella morte di Francesco Sforza, annegato mentre traversa il fiume Pescara, Braccio vede un segno negativo: molti anni prima infatti gli era stato predetto che lui e lo Sforza sarebbero morti a brevissima distanza di tempo! È il 2 giugno 1424: nella battaglia finale sotto le mura dell’Aquila Braccio è ferito e fatto prigioniero. Muore nella notte fra il 4 e il 5 giugno. Essendo scomunicato, è sepolto in terra sconsacrata, ma nel 1432 le sue spoglie sono riportate a Perugia dal nipote Niccolò, figlio della sorella Stella e, dopo un funerale da sovrano, a cui partecipa una folla numerosa e commossa, sono tumulate nella Chiesa di San Francesco al Prato, nella cui sacrestia tuttora si conserva l’urna lignea con le ossa, data la speciale devozione del condottiero per san Francesco.

Eredità braccesca a Perugia

Finalmente Perugia nel 1416 ebbe il suo “Signore”: per soli otto anni purtroppo! La storia non si fa con le ipotesi, ma con dati e documenti: non di meno è sensato immaginare che, se Braccio fosse vissuto più a lungo, il destino di Perugia sarebbe stato diverso.

Forse il papa, trovando una signoria consolidata in mano ai Fortebracci, non se ne sarebbe impossessato nel 1540. In questa eventualità Perugia avrebbe avuto il destino di Mantova, Ferrara, Milano, Firenze e le altre Signorie, poi evolute in Principati. Braccio, infatti, non era solo un condottiero, ma aveva un programma politico: riunire l’Italia Centrale in un unico regno con Perugia capitale. C’era quasi riuscito: gran parte di Umbria, Marche, Emilia, Romagna, Lazio, Abruzzo, Campania e Puglia, a diverso titolo, erano stati teatro delle sue gesta e in più d’un caso sotto il suo dominio.

Dopo la conquista di Perugia, ne diventò signore, ma rispettò la gran parte degli statuti comunali e mantenne le antiche Arti, di cui le due più solide e potenti sono arrivate vive e vitali ai nostri giorni: il Nobile Collegio della Mercanzia e il Nobile Collegio del Cambio. Della sua attività edilizia e della sua committenza artistica restano tracce circoscritte, ma significative. Le “Logge” a fianco della cattedrale continuano a parlare della magnificenza braccesca. Costruì le “Briglie” sotto il Sopramuro, che ancora oggi reggono le costruzioni sovrastanti.

Nel contado una galleria sotterranea favoriva il deflusso delle acque del Trasimeno, impedendone le esondazioni. Tuttora la città conserva in posizioni dominanti vari suoi stemmi. I ritratti del condottiero, eseguiti in varie epoche, attestano quanto la sua memoria sia viva fino ai nostri giorni. A Braccio s’intitola una delle piazze più belle di Perugia, dominata dal monumento più imponente della città: l’Arco Etrusco. Infine, la vittoria nella battaglia di Sant’Egidio e il solenne ingresso del condottiero in città sono il perno dell’evento, noto come PERUGIA 1416, che ha dato nuova vita e nuovo significato ai cinque Rioni storici.

A cura di Maria Claudia Paoloni

Monteripido

Convento di San Francesco al Monte o Monteripido

San Matteo degli Armeni

Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni

Torre del Cassero

Porte della città – Cassero di Porta Sant’Angelo

Tempio di San Michele Arcangelo

Il più antico tempio paleo-cristiano Chiesa di San Michele Arcangelo

Ex chiesa di San Francesco delle Donne

Monastero di Sant’Agnese

Monastero di Sant’Agnese – Suore Clarisse

Conservatorio Antinori

Monastero della Beata Colomba

Monache Domenicane – Monastero della Beata Colomba

Santa Caterina d’Alessandria

Monastero di Santa Caterina d’Alessandria: Monache Benedettine

Ex Monastero di Sant’Antonio da Padova

Ex Monastero di Sant’Antonio da Padova: Suore Terziarie Francescane della Beata Angelina da Montegiove dei Conti di Marsciano

San Benedetto dei Condotti

Nobile Collegio della Mercanzia

Ospedale e Oratorio del Nobile Collegio della Mercanzia

Chiesa e Oratorio di Sant’ Agostino

Chiesa e Convento di Sant’Agostino: Padri Agostiniani

Oratorio dei Santi Filippo e Giacomo

Parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino di Perugia

Palazzo Antinori

Palazzo Antinori, poi Gallenga Stuart

Chiesa di San Fortunato

Chiesa di San Fortunato – Piazza Braccio Fortebraccio

Arco Etrusco

Arco Etrusco o di Augusto – Antica porta d’accesso all’acropoli etrusca